“Ma chi er ragazzetto che sino a ieri me portava a’spesa?”. “Ma chi, lo scarto de Lotito?” “Ma che da Roma?”. La gente della capitale si interroga stupita. Senza sapere che ormai la capitale del calcio non è più in Italia, ma nell’ex Gallia. La Premier League è “la Regina” del calcio mondiale è da vecchia donna sapiente sa come gestire i gioielli, propri, o saccheggiati in giro per il mondo. Per noi che ci stupiamo se qualcuno punta sul 41 rosso e non rischieremmo mai un 17 enne (la lega lo nega) su un 2 a 2 di partita decisiva, la storia di Federico Macheda ha lo strano retrogusto del miracolo sportivo. Da noi è Speciale chi punta sul 39 nero(azzurro) quasi come fosse un Santo-n, dove Marchisio fa notizia perché simbolo di estrema gioventù , ma di anni ne ha 23. Qui dove Pato è l’unico papero giovane in uno zoo che all’anagrafe se la gioca con Jurassic Park. Tutto ciò che da noi fa rima con rischio e coraggio, dall’altra parte significa opportunità, normalità, puntate vincenti. Quella di Macheda non sarà solo una “puntata”, ma una “serie” longeva. 41, 17, 39, 23. Numeri da roulette, da tombola, perché in fondo il calcio è un gioco in cui non tutti hanno voglia di azzardare. Da noi mani timorose. Da loro, in Inghilterra, una sta nel portafoglio gonfio e l’altra sul tavolo-prato verde. Mani che puntano avanti e non è un caso che siano “oltre Manica”.
Giuseppe Grossi
“Se io posso cambiare e voi potete cambiare…tutto il mondo può cambiare”. Così gridava Rocky Balboa. Ma l’Imperatore sembra non sentire, o non volerlo fare, così lo Stallone Italiano insiste “Adrianoo Adrianooo”. Ci vorrebbe uno tosto come Rambo per farlo, se non cambiare, per lo meno pensare. Una storia sempre più triste, sempre meno legata alle follie del calcio e più dentro l’area del rigore della vita. Al di là del calciatore che non si vede da tempo, Adriano è prima di tutto un uomo infelice e un padre (non va dimenticato) che non ne sopporta il peso. La responsabilità marca a uomo chi si sente ancora ragazzo e per questo libero di aggirare l’avversario e simulare che tutto sia normale. Di normale non c’è niente. Di sportivo sempre meno.
Tricolori a confronto. Doveva essere la partita del tridente contro il quadrifoglio. La partita del Cassa-no party, del Trap che sarebbe stato l’unico a comprenderlo. E’ stata una scampagnata noiosa su un prato bagnato, in una Bari ospitale nel far cascare fischi alle formazioni
“Sheva una volta un re”, forse uno zar. Dalle fredde steppe d’Oriente seppe farsi strada colonizzando dapprima Milano e poi l’Europa tutta. Scettri, coppe, sfere auree tra le sue mani, mai troppo ingorde, sempre gentili. Un regno da sogno. Poi l’errore in cui ogni re cade. La sete di potere, la voglia di conquista, oltre manica e calzettoni: il Regno Unito. Voleva educare principi anglosassoni per esser certo che il loro sangue fosse blu(es). Ma l’erba “voglio” non cresce neanche nel giardino del re, figuriamoci di uno Zar. Così le antiche battaglie in epici campi diventarono pieni di buche e la gloriosa spada si fece mazza, da golf. Laggiù dove qualsiasi Re sarebbe sopraffatto dalla storica Regina, lo Zar capì che il sangue è più rosso (nero) che blu. E dopo due anni di esilio volontario, il ritorno nel regno di Pier Giovanna D’Arcore, la pulzella di Milan. Lo Zar pieno d’entusiasmo sbagliò ancora. Non previde che intanto, in quei due anni di buco e di buche, il suo altare era passato nelle mani del triumvirato: Filippo II, Alexandre I e soprattutto Ricardo Cuor di (fossa del) Leone. Tre uomini amati da un popolo che non rimase certo indifferente al suo insperato ritorno. Ma quale? Dov’è lo Zar che annichiliva le truppe nemiche, dove le steppe bruciate dai suoi scatti? I sudditi si interrogano. Il Re è tornato a vestire il Rosso, ma vede solo Nero. La sua gloria è solo nell’eco dei ricordi passati, stampato sui vessilli e sulle effigi, in qualche statua più mobile di lui. Il cuore della gente innamorata spera, ma la storia non aspetta e intanto racconta che “Sheva una volta e forse non ci sarà mai più”.
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